La nostra Facoltà ha recentemente ospitato un interessante dibattito sul ruolo sociale delle università, cui hanno partecipato studiosi di varia estrazione disciplinare e vario orientamento politico. È sotto gli occhi di tutti che l’Università che osserviamo oggi è molto diversa da quella esistente cinquant’anni fa. Università di massa è un termine che non rende completa giustizia di questa trasformazione. Sono infatti nel contempo cambiati anche i processi di formazione della conoscenza (basti pensare alla esistenza della Rete) nonché nel processo di selezione sociale del corpo docente. Nel dibattito si sono confrontate due posizioni abbastanza distinte e distanti. Da un lato vi è stato chi ha sostenuto che la trasformazione di processi formativi è stata “trainata” e guidata dalle esigenze del sistema economico capitalistico. Dal momento che la concorrenza tra imprese e sistemi nazionali ha spostato il terreno di scontro dalla produzione di massa standardizzata del fordismo alla competizione tecnologica, si è creata una domanda crescente di lavoratori più qualificati. Dall’altro vi è stato chi invece ha fornito una lettura della crescita dell’università come risultato delle migliorate condizioni di reddito familiari e delle crescenti aspirazioni di miglioramento sociale delle famiglie. In questo senso la crescita dell’università non sarebbe che il riflesso della crescente scolarità della popolazione, e rifletterebbe con un ritardo di una decina d’anni una analoga crescita osservata nelle iscrizioni alla scuola secondaria superiore. Qualunque sia la diagnosi delle cause, entrambe le analisi forniscono punti di vista molto simili sulla situazione attuale dell’insegnamento universitario. L’istruzione universitaria avrebbe perso la sua peculiarità di intrecciarsi con la ricerca, a causa della standardizzazione richiesta dai grandi numeri degli studenti e/o del disinteresse verso un sapere critico da parte delle imprese che operano nel mercato nel lavoro. Chi frequenta l’università in Italia oggi non consegue più un biglietto d’ingresso alla elite della classe dirigente. Ne sarebbero riprova i dati sulle carriere lavorative dei laureati, dove si riscontrano tassi di disoccupazione significativi anche a tre anni dalla laurea, oltre che agli elevati tassi di sovra-istruzione (misurata dalle dichiarazioni degli intervistati, che dichiarano di ricoprire occupazioni per le quali non sarebbe necessaria la laurea). Questo non è altro che un riflesso di una situazione complessiva, che vede il sistema universitario italiano sfornare circa 300.000 laureati all’anno ed il sistema produttivo manifestare l’intenzione di assorbirne solo un quinto (indagine Excelsior 2006).
Che fare allora in questo contesto ? tralasciare le possibilità occupazionali dei laureati, in quanto misura ideologicamente distorta a favore dell’impresa ? Chiudere le università perché non in grado di dare risposte alla domanda implicita di aspirazione sociale ? Obbligare le imprese ad assumere più laureati (e non è quello che in fondo il mercato sta producendo, facendo variare in riduzione la retribuzione relativa dei lavoratori laureati rispetto a quella dei diplomati ) ? Non si tratta che di ipotesi scolastiche, dal momento che è impossibile tornare indietro su questi processi.
La strada più complicata è quella di mantenersi sul difficile crinale, che preveda per l’università un ruolo precipuo nel favorire la formazione di competenze generali (ivi incluso il senso critico, ma che includa anche la capacità di autocontrollo, di gestire e coordinarsi in gruppo) e che dall’altro tenga monitorata l’evoluzione del mercato del lavoro, al fine di poter adattare i contenuti della formazione alla crescente variabilità della domanda di produzione e servizi.