Una volta le università, almeno quelle dell’Europa continentale, erano nelle mani dello Stato e delle comunità accademiche, avevano un’ampia autonomia didattica, e svolgevano una funzione di socializzazione alla cultura dominante e soprattutto di formazione delle élites. Oggi molte cose sono cambiate, specie nel rapporto con l’ambiente esterno economico e professionale.
Vediamo perché, considerando alcuni mutamenti avvenuti in tempi abbastanza recenti.
Il primo cambiamento, di ordine sociale, è rappresentato dall’avvento dell’università di massa, derivante dall’accresciuto benessere, dalla ricerca di status sociale e di posizioni professionali elevate. Il boom delle domande di accesso scombussola il sistema universitario, pensato originariamente per formare un numero limitato di persone e la proliferazione territoriale delle sedi universitarie provoca un effetto di balcanizzazione del sistema di istruzione superiore. Le università sono considerate anche dei motori dello sviluppo locale, un potente mezzo per la creazione delle basi della conoscenza, oltre che un fattore di prestigio: da qui l’interesse crescente dei governi regionali verso i risultati della ricerca scientifica, il trasferimento di tecnologie, la configurazione di nuove partnership istituzionali, che potrebbero avere un ruolo innovativo di indirizzo del sapere.
Un secondo cambiamento, di ordine economico, è riconducibile alla nuova domanda di utilizzo delle risorse umane proveniente dal mercato. Si sviluppa l’idea, nell’epoca dell’economia della conoscenza, che un’abbondanza di risorse umane qualificate sia indispensabile alla crescita economica. Cresce la pressione delle imprese e degli ordini professionali -nei confronti dell’istruzione superiore- che chiedono non soltanto delle formazioni specialistiche e professionalizzanti, ma sempre più anche competenze teoriche di carattere trasversale (skill sociali, capacità relazionali); aumenta la domanda di controllo dei contenuti formativi e delle competenze utilizzabili da parte del mercato.
A ciò si connette un terzo mutamento, di carattere istituzionale-organizzativo, legato al processo di riforma dei sistemi universitari europei (crediti formativi, cicli di studio organizzati in 3+2, sistemi di certificazione), avviato a partire dalle sollecitazioni prodotte dal “processo di Bologna” nel 1999. L’intento era di rendere l’organizzazione dell’istruzione universitaria più omogenea e comparabile, per ottenere sia un migliore controllo sulla formazione erogata che una facilitazione della mobilità internazionale. Questo processo di riforma ha contribuito a diffondere una cultura della valutazione e dei sistemi di controllo della produzione universitaria, sia in termini di risultati didattici che di ricerca.
L’insieme di questi fattori contribuisce allo sviluppo di un “quasi mercato” dell’istruzione superiore. Il sistema di governo dell’università si complica, si apre maggiormente verso l’esterno (in alcuni paesi entrano manager esterni nei consigli di amministrazione) e, abbandonando la tradizionale vocazione di istituzione auto-referenziale, si mette alla ricerca di nuove logiche di gestione e di nuovi rapporti con l’ambiente esterno, ponendosi il problema dell’employability, cioè delle opportunità di impiego che si aprono alle risorse umane formate (laureati).
Ma quale deve essere allora il ruolo dell’università? Quello di formare, educare, istruire o anche di collocare i laureati nel mercato del lavoro, svolgendo una funzione di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro (come prevede ad esempio in Italia la legge Biagi del 2003)? A questo proposito ci sono due aspetti che vengono spesso confusi.
Da un lato vi è la questione di come affrontare il problema della spendibilità dell’istruzione sul mercato1, e questo è un ambito proprio delle istituzioni formative. L’altra questione è invece in che misura le università debbano fare anche attività di collocamento, cioè favorire l’incontro fra domanda e offerta, attraverso azioni di job-placement (uffici stage, servizi di banche dati, servizi di orientamento ai neo-laureati, incontri con e presso le imprese ecc.), Questo secondo ambito di azione, imposto prevalentemente dall’esterno (imprese, famiglie, ma anche leggi delle Stato), sarebbe nuovo ed estraneo alla tradizionale vocazione di molte istituzioni formative presenti in Europa.
Pensando alla situazione italiana credo che sul primo aspetto del problema, cioè che le università debbano preoccuparsi (di più e meglio) dei profili professionali che creano, della spendibilità dei titoli di studio nel mercato, migliorando anche il sistema di apprendimento in alternanza (università-impresa), tutti debbano trovarsi d’accordo. Più controverso e complesso mi pare sia il problema della “funzione di collocamento” delle università, senza dare per scontato che un ripensamento del rapporto con il mondo esterno passi necessariamente per questa strada. Non mi pare che su questo tema si sia aperto un confronto serio né all’interno dell’università (docenti, studenti, amministratori), né all’esterno (imprese, agenzie di collocamento pubbliche e private, attori istituzionali ecc.), ma che prevalgano piuttosto un orientamento incerto e altalenante, delle azioni sporadiche e sperimentali, alcune buone e altre fallimentari2. Sullo sfondo restano le preoccupazioni legate all’effetto di sovra-qualificazione, di inflazione delle credenziali educative e quindi di scarso riconoscimento del titolo di studio, in un paese che crea troppi pochi posti di lavoro qualificati (il 32% dei laureati occupati dice che per l’effettivo svolgimento del lavoro non era necessaria la laurea) e all’allungamento dei tempi di ingresso nel mercato del lavoro, nonostante i laureati abbiano comunque dei tassi di attività e di occupazione più elevati della media, migliori retribuzioni e minori probabilità di disoccupazione.